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Linguaggio e dimenticanza

Sul modo in cui le parole ordinarie svuotano le cose del loro senso, e ci chiudono la via del ritorno.

linguaggiomemoriarisveglioUnosaggio breve

A chi avverte quanto il linguaggio sia controverso nel ritorno a sé, e non ha paura di lasciare innominato ciò che vive.

Per chi fa piccoli passi ogni giorno, sotto le tempeste e le difficoltà, portando il fuoco all’origine.


I. Il vetro

Ci sono giorni in cui tutto funziona e niente ci tocca. Le cose sono al loro posto, le persone dicono quello che ci aspettiamo, e noi attraversiamo tutto con una sensazione difficile da nominare: come se vivessimo la nostra vita dietro un vetro.

Non è che non vediamo. Vediamo benissimo. È che niente ci risponde.

Non è tristezza, non esattamente. La tristezza almeno brucia. Questa è un’altra cosa: una distanza gentile, educata, che non fa rumore. Si alza al mattino con noi, beve il caffè con noi, risponde ai messaggi al posto nostro. E la sera, a volte, nel silenzio prima di dormire, lascia affiorare una nostalgia senza oggetto. Come se un tempo il mondo ci parlasse, e noi avessimo dimenticato la lingua.

Di solito cerchiamo la causa fuori. La stanchezza, la routine, il lavoro, le circostanze. E spesso c’è del vero. Ma forse quel vetro è fatto anche d’altro. Di una materia così vicina, così nostra, che non abbiamo mai pensato di guardarla.

Forse è fatto di parole.

II. La neve

C’è un momento, guardando qualcosa, in cui la cosa smette di parlarci. Non ce ne accorgiamo, perché nulla cambia: resta lì, e noi con lei. Ma tra noi e la cosa si è posata una parola. “Albero.” E da quel momento non abbiamo più davanti un essere vivo, che respira la nostra stessa aria e beve la nostra stessa luce. Abbiamo un oggetto, con un nome.

Ricordi com’era la neve, da bambino? Il mondo che cambiava in una notte. Il silenzio strano della strada al mattino. La meraviglia di poterla toccare, e che si sciogliesse, e che ne cadesse ancora, come se il cielo non finisse mai di regalarla. Non era soltanto bella. Voleva dire qualcosa. Qualcosa che ti riguardava, anche se non avresti saputo dirlo.

Oggi, quando nevica, cosa pensi? Neve. Traffico. Freddo. Le gomme da cambiare.

La neve è la stessa. Ma ha perso il suo senso. Le è rimasto soltanto un uso.

Con la neve, con un albero, sembra poca cosa. Ma accade lo stesso con tutto ciò che conta.

III. Come si dimentica

Non dimentichiamo tutto in una volta. La dimenticanza di cui parlo non è un evento: è un lento depositarsi, come la polvere su un mobile che nessuno sposta più. Non ci si accorge del giorno in cui arriva. Ci si accorge, un giorno, che c’è.

Le cause sono molte. La fretta, che non lascia il tempo di arrivare davvero da nessuna parte. L’abitudine, che rende muto tutto ciò che si ripete. La paura, che ci insegna a non sentire troppo. E il dolore, soprattutto: dimentichiamo anche per proteggerci, e a volte è una misericordia, e a volte è una prigione.

Ma tra tutte queste forze ce n’è una più sottile delle altre, perché non viene da fuori. Abita dentro di noi. È lo strumento stesso con cui pensiamo, con cui ci raccontiamo chi siamo, con cui amiamo e ci difendiamo.

È il linguaggio.

C’è una parola che lo dice da sola: definire. Viene da fine, confine. Definire una cosa vuol dire tracciarle intorno un bordo. Separarla da tutto il resto, per poterla afferrare.

È un gesto necessario, e senza di esso non potremmo vivere insieme. Ma ha un prezzo, e il prezzo è questo: una cosa separata da tutto perde il suo senso. Perché il senso di una cosa non sta dentro di lei, chiuso come un oggetto in una scatola. Sta nel legame. Nel suo appartenere a qualcosa di più grande, a un tutto di cui fa parte. Lo stesso tutto di cui facciamo parte anche noi.

Quando la parola taglia quel legame, la cosa diventa un oggetto. E un oggetto non può risuonare con noi. Non ci corrisponde. Non ci trasforma. Non ci chiama da nessuna parte. Sta lì, e basta. E noi, davanti a lei, stiamo lì e basta.

“So cos’è.”

Forse è la frase più breve con cui si recide un filo.

IV. Le parole che dormono

Pensa a quante parole pronunci ogni giorno senza che portino più niente.

“Come stai?” “Bene.” Lo diciamo passando, senza fermarci. Lo diciamo anche nei giorni in cui qualcosa dentro di noi si sta spezzando, e sappiamo che l’altro non vuole davvero saperlo, e l’altro sa che noi non vogliamo davvero dirlo. Due persone si incontrano, si scambiano due parole, e tra loro non vibra niente. Si mancano perfettamente.

“Ti amo.” All’inizio lo si dice tremando. È una parola che costa, che espone, che fa passare qualcosa da un’anima all’altra, e cambia entrambe. Poi, anni dopo, diventa il modo di chiudere una telefonata. “Ok, a stasera. Ti amo.” “Anch’io.” Non è falso. È solo che si è svuotato. La parola è rimasta, il senso è andato altrove. E un giorno, per qualcuno, sarà stata l’ultima volta che l’ha detto. E non lo sapeva.

Pensa alle parole che diciamo davanti al dolore degli altri. “Condoglianze.” “Era il suo momento.” “Il tempo guarisce tutto.” “Sii forte.” Non sono parole cattive. Sono quelle che abbiamo, e le diciamo con buona intenzione. Ma chi ha perso qualcuno lo sa: in quei giorni le parole arrivano come acqua su un vetro. Scivolano. Non toccano. Spesso servono più a chi le dice che a chi le riceve, perché riempiono il silenzio, e il silenzio davanti al dolore fa paura.

Poi, tra tutti, c’è una persona che non dice niente. Si siede accanto a te. Ti prende la mano. E rimane.

È l’unica che ricorderai. Perché è l’unica con cui, in quel momento, eri una cosa sola.

V. I nomi che diamo a chi amiamo

Il linguaggio non si posa solo sulle cose. Si posa sulle persone.

Pensa a tuo padre, o a tua madre. Per tutta la vita sono stati questo: “papà”, “mamma”. Un ruolo, una funzione, un nome che sembrava dire tutto.

Poi un giorno, magari svuotando un cassetto, trovi una fotografia di quando avevano vent’anni. Un ragazzo che ride, appoggiato a un muretto, in una città che non conosci. Una ragazza con uno sguardo che non le hai mai visto addosso. E ti accorgi, con una specie di vertigine, di aver vissuto accanto a una persona senza averla mai incontrata davvero. Aveva paure che non ti ha detto. Sogni che ha lasciato andare in silenzio. Una vita intera prima di te, e una accanto a te, che quel nome ha coperto come un lenzuolo.

E capisci che in quella persona c’era qualcosa che ti corrispondeva. Qualcosa che avrebbe potuto parlare a ciò che sei, e formarti, e riconoscerti. Ma tra voi c’era un nome, e il nome bastava. Nessuno dei due ha cercato oltre.

A volte lo scopriamo quando è ancora in tempo. A volte no.

Pensa alla persona con cui vivi. All’inizio era un mistero: ogni gesto una scoperta, ogni silenzio una domanda. Stavi cambiando, accanto a lei. Ti stava plasmando, e tu lei, senza che nessuno dei due lo decidesse. Poi, anno dopo anno, è diventata qualcuno che “conosci”. Sai cosa dirà, come reagirà, cosa ordinerà al ristorante. Hai una frase per descriverla, e la frase ha preso il suo posto. Da allora non vi trasformate più. Vivete soltanto l’uno accanto all’altra.

E pensa ai bambini. “È timido.” “È quello vivace.” “Lei è la brava, lui è il disordinato.” Parole dette con affetto, a volte per scherzo, a volte per stanchezza. Ma un bambino è ancora aperto a tutto, non ha bordi. Impara chi è dalle parole che gli arrivano addosso. E così, a poco a poco, il confine tracciato da un aggettivo diventa il perimetro della sua vita.

Quante vite sono state scritte da una parola detta a cena, trent’anni fa, da qualcuno che non se lo ricorda nemmeno?

VI. Il nome che diamo a noi stessi

E poi c’è la dimenticanza più profonda. Quella che riguarda noi.

“Io sono fatto così.” “Non sono portato.” “Sono sempre stato ansioso.” “Io non piango.” “Non sono il tipo.” Frasi piccole, che diciamo quasi senza pensarci. Ma ognuna di esse è una porta chiusa dall’interno. E ciò che è chiuso non può più essere toccato, né trasformato, né raggiunto.

C’è qualcosa di sottile che accade ai ricordi: ogni volta che li raccontiamo, li rifacciamo un po’. Dopo anni, non ricordiamo più ciò che è accaduto. Ricordiamo l’ultima volta che l’abbiamo raccontato. E così anche noi diventiamo una versione raccontata, rifinita, resa coerente. Un personaggio con un carattere, dei difetti noti, un destino più o meno prevedibile. Un oggetto, anche noi. Separato da tutto, perfettamente definito, perfettamente solo.

Ma sotto il personaggio c’è qualcuno che non ha mai smesso di respirare. Qualcuno che non coincide con nessuna delle frasi che diciamo su di lui, e che non ha mai creduto davvero di essere separato. Qualcuno che, a volte, bussa. Nei momenti più strani: su un treno, davanti al mare, sotto la doccia, in un’insonnia alle quattro del mattino. Bussa senza parole, perché non ne ha. Ed è proprio questo che lo rende così difficile da ascoltare.

Chi saresti, se nessuno ti avesse mai detto chi sei?

Non rispondere subito. Lascia che la domanda resti.

VII. Quando il filo torna a vibrare

Eppure qualcosa, in noi, non ha mai dimenticato. Lo sappiamo, perché a volte il filo torna a vibrare.

Ti è mai capitato di avere una parola sulla punta della lingua? Sai esattamente cosa vuoi dire. Ne senti la forma, il peso, quasi il colore. Sai perfino quali parole non sono quella giusta, e le scarti una dopo l’altra. Il senso è lì, intero, vivo, e gli manca soltanto il suo nome. In quei pochi secondi c’è una rivelazione che quasi nessuno nota: il senso viene prima della parola. Esiste senza di lei.

Ti è mai capitato, al risveglio, di non sapere per un istante dove sei? Prima che arrivino la stanza, il giorno, il tuo nome, le cose da fare. C’è solo luce, un respiro, un corpo caldo. Nessun confine tra te e la luce. Poi le parole arrivano, una dopo l’altra, e tracciano di nuovo i loro bordi: questo sono io, quello è il muro, oggi è lunedì. Ma per un attimo non c’erano bordi. Per un attimo eri tutto.

Ti è mai capitato di entrare in una casa, anni dopo, e di essere travolto da un odore? La cera sui mobili, il legno, qualcosa che cuoceva piano in cucina. E prima ancora che tu possa pensare “nonna”, lei è lì. Non il ricordo di lei: lei. Intera, in un istante. Quell’odore non è passato dalle parole, e per questo non ha perso niente per strada. È arrivato intatto.

Ti è mai capitato di piangere ascoltando una musica, senza sapere perché? Non c’era niente di triste. Nessuna storia, nessun testo. Solo delle note, e qualcosa dentro di te che vibrava alla stessa frequenza. Come una corda che risuona perché, da qualche parte nella stanza, ne è stata toccata un’altra. Non hai capito niente. Hai corrisposto.

Ti è mai capitato di restare senza parole? Davanti al mare d’inverno. Davanti a un cielo che si apre dopo il temporale. Davanti alla mano minuscola di un neonato che si stringe intorno al tuo dito, con una forza che non ti aspettavi. Lo diciamo come se fosse un limite: “sono rimasto senza parole”. Ma è il contrario. Per un momento nessun nome si è messo in mezzo. E ciò che era fuori e ciò che era dentro si sono riconosciuti come la stessa cosa.

E c’è un’esperienza ancora, la più difficile da dire. Chi ha accompagnato una persona cara negli ultimi anni, quando le parole cominciavano ad andarsene, lo sa. Prima si perdono i nomi. Poi le frasi. Poi, a volte, anche il tuo nome, e fa male come poche cose al mondo. Eppure qualcosa resta. Una mano che stringe la tua. Uno sguardo che per un attimo si accende e ti riconosce. Una canzone di quando era giovane che torna intera, parola per parola, quando tutto il resto se n’è andato.

Le parole se ne vanno per prime. Il legame, no. Il legame era lì prima di loro.

Nessuna di queste è un’esperienza mistica. Sono le cose più comuni del mondo. Ed è proprio questo il punto. In ciascuna di esse accade la stessa cosa: per un istante il confine cade, e qualcosa fuori di noi risponde a qualcosa dentro di noi. Non stiamo guardando un oggetto. Stiamo ricordando di esserne parte.

VIII. Il fiume

Gli antichi Greci avevano un fiume per la dimenticanza. Si chiamava Lete. Si diceva che le anime ne bevessero prima di venire al mondo, e che per questo, nascendo, non ricordassero più da dove venivano.

Non le cose. Da dove venivano.

E avevano una parola per la verità: alétheia. Che vuol dire, letteralmente, non-dimenticanza.

Per loro la verità non era qualcosa da imparare. Era qualcosa da ricordare. Non una cosa nuova da aggiungere, ma un’origine da ritrovare. Uno sguardo che torna a riconoscere ciò da cui era partito.

Forse beviamo ancora da quel fiume. Non una volta sola, prima di nascere. Ogni giorno, a piccoli sorsi. Ogni volta che diciamo “so cos’è”, e il filo si spezza un po’ di più, e le cose si allontanano l’una dall’altra, e da noi, e noi da loro.

Una parola alla volta, dimentichiamo di essere uno.

IX. La parola che riporta

Sarebbe facile, a questo punto, concludere che le parole sono il nemico. Ma sarebbe falso. Questo stesso testo è fatto di parole, e se qualcosa in te ha vibrato leggendolo, è passato attraverso di esse.

Non tutte le parole separano. Ce ne sono alcune che ricuciono.

C’è la parola del bambino che chiede “perché?”, e poi di nuovo “perché?”, finché non arriviamo al punto in cui non sappiamo più rispondere. E proprio lì, sul bordo di ciò che sappiamo dire, il mondo torna a essere un mistero di cui facciamo parte.

C’è la parola del poeta, che usa il linguaggio per disfare i confini del linguaggio: mette accanto due cose che nessuno aveva mai accostato, e all’improvviso vedi che erano legate da sempre.

C’è il tuo nome, detto da qualcuno che ti ama, nel momento in cui avevi bisogno di sentirlo. Non ti definisce. Non ti chiude in un bordo. Ti chiama. Ti riporta.

E c’è il silenzio condiviso: due persone che non hanno bisogno di dirsi niente, perché tra loro il filo è teso e vibra da solo.

Forse la domanda non è se usare le parole oppure no. Forse è: da dove vengono? Nascono dal bisogno di afferrare, di separare, di possedere? O nascono da quel punto più profondo, prima di ogni nome, dove le cose sono ancora legate tra loro e a noi?

C’è una parola che divide e una parola che riunisce. E forse, prima di entrambe, c’è qualcosa che nessuna delle due può dire, ma da cui tutte e due vengono.

Non lo so. Non credo che esista una risposta che si possa scrivere. Forse è una domanda da portare con sé, come una pietra in tasca, da toccare ogni tanto.

X. Il ritorno

Stanotte, o domani mattina, prova una cosa soltanto.

Guarda qualcosa, qualsiasi cosa, e non dirle il suo nome. Una tazza. La tua mano. La luce sul muro. Resta lì, per qualche secondo, in quel punto sottile in cui la parola non è ancora arrivata e il confine non è ancora stato tracciato. Non cercare di capire. Non cercare niente. Aspetta soltanto che qualcosa, piano, ti risponda.

Poi, se hai il coraggio, fallo con una persona. Guarda chi hai accanto come se non sapessi chi è. Come se fosse la prima volta. Come se fosse l’ultima. Lascia che ti raggiunga. Lascia che ti cambi.

E infine, se il coraggio ti resta, fallo con te. Senza “io sono”. Senza la storia. Senza il personaggio. Solo questo respiro, questo battito, questa presenza che non ha bordi e che non ha mai smesso di appartenere a tutto il resto.

Forse non accadrà niente.

Oppure, per un istante, il vetro si incrinerà.


Perché prima del verbo non c’è il silenzio vuoto,
ma l’Uno, di cui ogni cosa è ancora una voce.
Lì ti aspetta ciò che hai dimenticato,
e che non ha mai dimenticato te.


Linguaggio e dimenticanza è disponibile anche come libretto in PDF: scaricalo qui.

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